Leggo il tuo testo… rivivo l’esperienza del giorno in cui come te sono diventato padre (sei arrivata tu…).

Scopri che sei proprio tu (figlia), non un essere indefinito, ma una entità risoluta: tu, mia figlia.. non un’altra individualità sconosciuta, ma chi ora appartiene alla mia vita, così come i miei pensieri.

Credo che sia da interpretare la frase: “ora sei farfalla e stai volando via” (io so le circostanze che hanno determinato la nascita del pezzo), ma chi lo ascolta potrebbe essere indotto a pensare che sia una finale dipartita. Se ricordo bene hai usato la stessa descrizione figurativa in un altro brano proprio per descrivere la funesta dipartita di una giovane ragazza ( “come una farfalla prendesti su a volare ignara contro il tempo … e ti spezzò le ali lasciandoti cadere …”), questo naturalmente non toglie bellezza e senso al concetto di allontanamento che vuoi trasmettere che è pienamente reso in modo poetico e pienamente descrittivo.

Sono molto commosso, compunto, nel considerare ciò che tu proponi con molta sensibilità chiedendoti: “Sarà forse l’età che allontana padre e figlio chi lo sa”? Come te sono combattuto in questo dilemma che come padre tu evidenzi nel contesto del brano: sensibilizzi quello che nessuno di noi osa pensare nel proprio rapporto coi suoi figli: l’incomunicabilità.

Tra le righe poi gli indizi che chi si confessa non è più un giovane padre ma una persona avanti nell’età, (scusa se in fondo ai tuoi occhi non vedevo quanto avevi bisogno di me …) che ha pienamente realizzato cosa voglia dire l’amore per un figlio dopo aver vissuto l’esperienza della sua vita e visto le sue brutture, considerato l’enorme valore che un rapporto filiale possiede. Egli ribadisce la bellissima speranza nel considerare che anche quando tutto sembra compromesso in questo rapporto si può tentare di riallacciare (o stabilire per la prima volta se non è mai successo) quell’intreccio di relazioni che solo un genitore e figlio possono avere. Se la cosa potrà facilitarne l’attuazione magari si può usare la scrittura, per facilitarne il compito, come tu suggerisci nel testo. A tal proposito si potrebbe aprire un altro filone discorsivo, ma lascio cadere l’argomento per non essere troppo prolisso, lancio solo l’idea: è più facile esprimersi con la scrittura o è solo un fenomeno appartenente alla incomunicabilità tra generazioni?

L’ammissione di colpa e la richiesta di scuse del papà si fondono nel caleidoscopico susseguirsi di sentimenti che emergono nel considerare le difficoltà che la vita riserverà alla figlia e dove la preghiera d’intercessione salirà a Dio come speranza unica e bene supremo che il genitore può augurare alla figlia. Questo non preclude il sentimento pienamente umano (comprensibile) di sofferenza per l’allontanamento e il rammarico per quando la presenza del genitore era necessaria ma non fattiva.

L’esperienza cristiana del genitore emerge prepotente quando la speranza del futuro e ribadito con la certezza dell’occhio benigno del Signore sulla figlia nella consapevolezza che l’amore di Dio immenso, è più grande dell’amore che il padre può avere per la figlia.

Un giorno Sabry avrà lei stessa un figlio e allora potrà capire quale profondo sentimento lega genitore e figlio, quanto difficile può essere dimostrare il proprio amore ad un figlio, quanto difficile può essere comunicare col figlio, e come la differenza generazionale può essere motivo di distacco. Forse solo allora capirà ciò che veramente il suo papà ha vissuto e provato, e forse rifare ciò che lui ha fatto.

Non cambierei il nome di Sabry, è personale e significativo, esemplificativo di una situazione in cui tutti si possono identificare. Non ne limita la universalità, la genericità, esplora l’animo nello sviluppo del testo e il nome proprio diventa un dettaglio e non è limitativo.

Complimenti Peppe questa volta la lacrima è sfuggita a me…

Pasquale Cicchelli